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23 maggio 2015 Comments (0) Views: 1889 CategOOrie, Cinema

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone

Amo le commedie romantiche, sì, quelle in cui lui e lei alla fine finiscono insieme.
Ma altrettanto amo farmi un viaggio nei mondi paralleli del fantasy.
Dalla Storia Infinita, a Star Wars, dal mago Potter al Signore degli Anelli, per approdare ai riadattamenti noir della Disney e senza contare anche tutti i super eroi animalier che conosciamo.
Questa volta vi parlo di “Tale of Tales“, meglio noto come “Il Racconto dei Racconti“, tratto dal romanzo fiabesco “Lo cunto de li conti” dello scrittore napoletano Giambattista Basile e trasposto sul grande schermo da Matteo Garrone. Nonostante la coproduzione internazionale, il film è stato tutto girato in Italia tra boschi e bellissimi castelli di Puglia, Toscana, Sicilia e Lazio.

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Il regista italiano si concentra su tre fiabe in particolare del celebre romanzo, fondendole in una sola, traendone un cocktail di follia.
Divertente ed inquietante allo stesso tempo e horror e barocco per la maggior parte, il film di Garrone è dotato a mio parere di una grande bellezza visiva e spettacolarità, con scatti che talvolta paiono dei dipinti e che non a caso lo portano a Cannes, primeggiando tra le opere degli altri artisti nostrani, quali Moretti e Sorrentino.
Sullo sfondo del continuo avvicendarsi di carne e sangue, di Eros e Tanathos, Garrone porta in scena i sentimenti umani, pulsioni e passioni accecanti a dir poco animalesche.

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A tal proposito mostra le fragilità dell’uomo e della donna, in particolar modo in relazione alla concezione dell’amore e all’espressione della stessa, quando facilmente essa si trasforma in una cupidigia che consuma chi la prova, soffocando chi ne è vittima.
Ci racconta della paura di fronte alla trasformazione del corpo che invecchia e della non accettazione di fronte alla sua inesauribile decadenza.

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Suggestiva perché quasi controcorrente, l’artigianalità che fa da padrona nel film, portandoci di fronte ad effetti speciali e ad una magia “fatta a mano“, dove l’uso della computer grafica è ridotto al minimo. Questo da un lato è legato alla trasposizione stessa di un romanzo del ‘600, dall’altro alla tradizione “realistica” del regista romano che, con quest’opera si addentra nel mondo oscuro della fiaba, rendendola in tal modo “vera” e reale, conservando l’autenticità del romanzo.

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