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19 maggio 2015 Comments (0) Views: 1445 Arti Visive, VoltoDisco

Il volto del disco: Miles Davis In Concert – Live at philarmonic hall

“Maggio vacci adagio” ripeteva il vecchio detto e in effetti la sensazione è quella di vivere una stagione di morfina, di dilatazione temporale, di rallentamento del sangue in circolo. La sensazione che dà anche certa musica difficilmente catalogabile, imprevedibile e materica ma nello stesso tempo persa nello spazio, che dal culo arriva alla mente. Ecco perché quest’oggi ci occupiamo di Miles Davis, probabilmente l’incarnazione di tutto ciò (non solo per i suoi trascorsi drogherecci): genio del jazz ma soprattutto pioniere e, come Caronte, traghettatore verso luoghi oscuri al di là di generi e catalogazioni. Essendo nato il 26 di maggio del 1926, questo è il suo mese e vogliamo così fargli omaggio. La cover in analisi è di un disco del 1973, “Miles Davis in concert“, uno dei due live usciti poco dopo il seminale e controversissimo “On the corner”.

Il fronte copertina è eccezionale: un comic raffigura una serie di tipologie umane in coda per il concerto, tutte rigorosamente seventies e più weirdo che si può, al limite della blaxploitation. Abbiamo il venditore di biglietti illegali, il trans, l’uomo d’affari, il pappone con le sue due protette, i tossici che collassano , giocolieri matti e due bianchi hippies. Si, perché la percentuale di neri è altissima: la stessa disposizione cromatica dello sfondo ricorda quella di una bandiera africana. Il font scelto per il titolo è di forte impatto, quasi da manifesto.

Il retro prosegue la coda del front, con altri personaggi curiosi: c’è la bianca scoppiata scalza con gli occhi di fuori, il dandy nero e il dandy bianco, la donna bianca in tiro con le tette scoperte e un nero ladro che ne esamina il prezioso collier, il barbone ubriaco. E al centro, dulcis in fundo, lo stesso Miles Davis camuffato, riconoscibile dalla tromba che fa capolino dal cappotto: il tutto senza altri fronzoli che i colori dello sfondo.

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Aprendo il gatefold finalmente siamo all’interno, nel pieno dell’esibizione. Fatto sta che lo sfondo stavolta è bianco, e clamorosamente a suonare non è Miles. sono invece tre bianchi capelloni con gli occhi spiritati, sembrano una band krautrock, uno di loro ha una groupie attaccata alla gamba e intorno ballerini succinti, con vestiti attillati, nudità assortite e sudore. Due frasi campeggiano, “foot foolers” e “slickaphonics”. Puo’ essere interpretato come “ingannatori di piedi” e “suoni lisci di chiazze di petrolio”. Apparentemente infatti bianchi e neri vanno d’amore e d’accordo, ma è evidente una critica subliminale allo star system bianco che tenta di calpestare il dissenso e le differenze (anche i neri sono infatti totalmente bianchi). Miles non era nuovo a questo tipo di messaggi (ricordiamo Live Evil, con in copertina un orribile rospo bianco simbolo dell’industria discografica).

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Infatti, come da stessa ammissione di Corky Mc Coy, il geniale autore della cover, la grafica di In concert voleva essere una satira del mainstream bianco, tanto da venire tacciato di “cattivo gusto” da certe riviste d’epoca. In verità più che di “bad taste” trattasi della trasposizione in fumetto della attitudine del ghetto, come un saggio antropologico fatto illustrazione. Miles Davis stesso combatterà duramente contro la Cbs per avere le copertine di Mc Coy, a suo dire un perfetto esempio di “blackness”, capace di comunicare anche a quei giovani neri più in fissa col funk che col jazz e di rompere le barriere del politically correct bianco. Con lui Miles lavorerà per quattro album, sempre con risultati straordinari e sempre in linea con la sua musica, sempre più sporca, drogata e di strada. Il disco racchiude infatti tracce e bozze fondamentali del periodo elettrico di Miles che poi usciranno su album ufficiali (Rated x su tutte): brani senza compromessi in cui l’emarginazione e il blues diventano follia urbana elettrica e dissociazione mentale, ma anche consapevolezza spirituale lucidissima. Le due facce di una sola medaglia: il geniale Gemelli Miles Davis.

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