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3 maggio 2015 Comments (0) Views: 1335 Arti Visive, Costume

Una sera a teatro con Jansi: la Janis sbagliata

“Il prossimo giovedì c’è uno spettacolo di teatro al Sottoscala9 su Janis Joplin che vorrei vedere, vuoi venire? Certo però…che paura!” queste sono state le parole di Roberta, una mia cara amica che, probabilmente, da infante piangeva sulle note di Cry baby”; ha una svariata collezione di t-shirt col bel faccione della Joplin, e una tartarughina triste che porta sulle spalle alla somma della spina dorsale, quasi a bilanciare il suo equilibrio. È quella che si definisce una vera e propria fan-atica, di quelle che conoscono non solo ogni singola nota o parola scritta o cantata, ma che hanno imparato a scoprire il vissuto dell’artista in questione in maniera quasi viscerale.

Provate a immaginare dunque con quante aspettative, timorose di esser deluse, si può approcciare ad un spettacolo in cui la protagonista è l’amica che non hai mai conosciuto ma che ti è stata vicina per tutta la tua vita… che paura! Ora invece provate a pensare a quanto possa esser ancor più difficile, dall’altro lato, decidere di portare sulla scena la vita di un’artista, con la consapevolezza che le tantissime Roberta che verranno a vederla, saranno più che pronte a mandarti alla gogna prima di subito. Quest’introduzione può far presagire imminenti catastrofi, ma così non è stato e vi racconto il perché.

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Prima di tutto in “Jansi la Janis sbagliata” non si parla di Janis Joplin, o meglio non se ne parla in un modo canonico. Jansi non canta, le canzoni che ormai fanno parte di un immaginario collettivo sono appena accennate, in un onirico sottofondo che aiuta a catapultarti in un sogno di morte. Jansi si desta da un cerchio di terra (realmente presente sul palco) e inizia a rispondere alle domande che le pone una voce: la sua? Quella di Dio? Quella della sua coscienza? Non importa.

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Dalla terra Jansi inizia a percorrere il cerchio della sua vita, contornato da pochi e scarni oggetti che la aiutano a mettere insieme le scale che l’hanno portata a scendere sempre più in profondità sino alla fine dei suoi giorni. Un water colorato, quasi fosse un pozzo dei ricordi da cui prende oggetti legati alla sua infanzia, una bottiglia di Southern Comfort, dolce coperta che la avvolgeva nei momenti di gioia, ma anche in quelli tristi, o nei momenti di gioia trasformati in tristi, o in momenti tristi trasformati in momenti ancora più tristi. Infine, la sua voce: una luce in tanta oscurità, una lampadina ad intermittenza che è energia e calore, che illumina la strada e a volte, la cela. In questo rapporto madre/figlia la luce-voce viene coccolata, a volte temuta, allattata e poi avvilita: simbolo ed essenza del suo essere e del dissacrante rapporto che vive con se stessa, con il suo passato, con le sue aspettative, con il suo aspetto. Sempre in bilico tra la disapprovazione e l’approvazione che non è mai totale o ben accolta, quasi non meritata. Questo disequilibrio si avverte per tutto il tempo: la protagonista cammina in punta di piedi, si sbilancia ma non cade mai fino in fondo. Vive il palco, si fonde con la terra, fino ad arrivare ad un rituale ascetico in cui beve quel misto di terra e whisky prima della definitiva catarsi. Non mancano passaggi divertenti, dati da un’autoironia che genera sorrisi anche se amari.

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Se ancora non fosse chiaro, lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo. Valentina Conti, la ragazza che interpreta Jansi nel suo esile corpo ha una potenza fisica che traspare da ogni singolo movimento, occhi il cui sguardo non è sempre facile sostenere, e un’umiltà prepotente nell’onorare un personaggio come quello di Janis Joplin, davvero non facile da approcciare. Il testo scorre come una favola raccontata prima della buonanotte: è lo scheletro che sostiene ma non invade. L’allestimento, come accennato prima volutamente scarno, è fatto da elementi essenziali come la terra, che vengono gestiti in maniera sapiente dalla protagonista senza mai ostacolarla. La produzione che mi ha regalato questa bellissima lettura e interpretazione si chiama Patas Arriba Teatro: Simone Fraschetti alla regia e testi ad opera di Adriano Marenco e Alessandra Caputo; mentre le foto di scena presenti nell’articolo sono della fotografa Pamela Adinolfi in arte Pamlanephoto. Vi consiglio vivamente di sbirciare le loro prossime rappresentazioni.

Quasi dimenticavo: non sono state soddisfatte solo le mie di aspettative, ma anche quelle di Roberta, la cui iniziale paura ha lasciato presto il posto ad un appagante entusiasmo; e se non vi basta questo, non so proprio cos’altro dirvi!

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