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2 aprile 2014 Comments (0) Views: 4188 VoltoDisco

Il volto del disco: Arab On Radar – Soak the Saddle (1999)

È primavera, e nonostante i nubifragi sparsi, le escursioni termiche e cose di questo tipo, è impossibile tenere a freno i sensi: qualcosa bolle e ribolle dentro, è la vita che urla a voce alta nelle viscere. Ecco perché questo mese il volto del disco si occupa di un lp che definire ormonale è poco. Soak the Saddle degli Arab On Radar, anno 1999.

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La copertina, opera dell’artista/musicista Mat Brinkmann e di Neil Burke dei Men’s Recovery Project , rappresenta una macchia nera che fluisce in un sole giallo stilizzato, optical, quasi orientaleggiante. In realtà non è ben chiaro se tale macchia penetri od esca: come in un’illusione ottica ,si mette a fuoco lo sguardo non tanto sul dentro o sul fuori quanto sull’ “umore”, sul “liquido”, su un qualcosa di evidentemente sessuale e fluido. Il tutto è contenuto in una cornice nera: il logo della band campeggia in basso,in giallo. La base cromatica di tale composizione è il grigio della carta riciclata, con caratteristiche spurie tipiche di tale materiale che danno un senso di “sporcizia” evidentissimo.

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Il retro vede una strana maschera/creatura/ cappuccio che potrebbe essere una seppia nera, con due grandi labbra carnose gialle e occhi spiritati. Potrebbe trattarsi anche di un cappuccio del Ku Klux Klan al contrario, sembrando tale figura simile all’immagine stereotipata degli uomini di colore nei film Disney d’epoca: probabilmente ammicca al provocatorio nome della band, gli arabi visti dagli americani come uno spauracchio , il babau, l’uomo nero che viene a prenderli nel sonno.
Sotto tale “seppia/lenzuolo” nero , il titolo dell’album: “soak the saddle”, che potete immaginare a cosa alluda.

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E appunto: spauracchio, sporcizia, umori,tutto converge in questo disco, una delle pietre focaie del noise rock del 2000, uscito per la celebre etichetta americana Skin Graft. I testi , contenuti in un foglietto giallo all’interno, parlano di adolescenze irrequiete, di erezioni negli scuolabus, di sesso fra minorenni confusi, e insegnanti di ginnastica attratti dal pacco dei loro allievi. Insomma storie di teenagers frastornati, come la musica del quartetto: stridente, allucinata, ossessiva e soprattutto ambigua, con la voce del cantante Eric Paul che sembra quella di un ragazzo in pubertà colto da crisi isteriche e da urgenze stagionali. La testa gira fissando il centrino del disco, sul quale il sole di copertina gira a mo’ di ipnotizzatore, giallo come l’analisi spettrografica di un rumore marrone. Ed il rumore che esce dalle casse, nonostante picchi sui medio alti, non è meno roboante di un tuono a ciel sereno in piena primavera.

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